17 giugno 2010

La felicità… questa grande sconosciuta

Felicità non è il ritornello di una famosa canzone di musica leggera, ma secondo la definizione classica è una particolare condizione di benessere, caratterizzata, tra l’altro, dalla mancanza ...

Felicità non è il ritornello di una famosa canzone di musica leggera, ma secondo la definizione classica è una particolare condizione di benessere, caratterizzata, tra l’altro, dalla mancanza di dolore, dalla soddisfazione o da un immenso piacere connesso alla realizzazione di un desiderio. Può emergere da esperienze realizzate nel tempo presente ma può riferirsi anche a fenomeni passati, quando è associata alla memoria di eventi affettivi; oppure al tempo futuro, in funzione della realizzazione di un desiderio oggettivo o come tensione all’appagamento delle aspettative covate da tempo e delle aspirazioni che scandiscono la vita di un individuo. Non a caso nel pensiero filosofico lo stato di felicità è attribuito al raggiungimento della saggezza e alla liberazione dai desideri. Questa condizione di ben – essere è uno stato d’animo, una condizione vera e propria dell’essere. Proprio per questa interpretazione esistenza e felicità dovrebbero essere addirittura sinonimi. Ma allora perché la maggior parte delle persone non ha questa consapevolezza, afferma di non esserlo? Cos’è che ostacola il sentirsi felici?

Timori, paure, insicurezze, pensieri a dir poco inquietanti sembrano mettere questa condizione di benessere fuori dalla nostra portata. Meno male che le cose non stanno così: la felicità dipende, il più delle volte, solo dai nostri schemi mentali, ovvero dall’uso che facciamo del nostro cervello. Perché in effetti è lì, dentro di noi, non nel mondo esterno che si gioca la partita tra felicità e la sua antagonista, ovvero quella condizione così temuta che è definita come senso di malessere o infelicità. Il cervello è un organo che possiamo utilizzare bene o che può ritorcersi contro di noi, partorire cose grandiose ma anche produrre enorme zavorra e scarti. Quegli scarti mentali a cui finiamo per attaccarci, ritrovandoci puntualmente terribilmente infelici.

Quando questo “strumento” non produce solo scarti, nessun ostacolo si frappone fra il pensiero e le sue realizzazioni, le cose si avviano concretamente una dopo l’altra spontaneamente e facilmente. Le realizziamo, le viviamo e andiamo oltre, liberando la mente da ogni ricordo, dubbio e attaccamento. Solo in questo modo il cervello rimane sgombro, lucido, pronto a formulare nuovi progetti senza rimpianti e ad abbandonare ciò che ha già realizzato, evitando, in tal modo, di continuare a girare a vuoto, in tondo avvitandosi su se stesso. Questo è il percorso dove nasce la felicità. I saggi della meditazione quando costruiscono un complesso mandala (la parola “Mandala” in generale significa “cerchio” o “centro”. Designa immagini circolari disegnate, dipinte, modellate plasticamente; in alcune culture serve di supporto alla meditazione) con la terra colorata, ci lavorano per giorni e giorni con precisione ed impegno, dedicandogli tutta la loro attenzione. Poi, alla conclusione, quando lo hanno terminato, senza alcuna esitazione viene distrutto soffiandoci sopra. L’hanno creato, era perfetto, se ne sono liberati. Per chi osserva dell’esterno questa operazione appare a dir poco incomprensibile e, veramente, pittoresca: era bellissimo, hanno impiegato tanto tempo e fatica per realizzare tale opera, perché mai non lo conservano? Semplice, perché è passato. Se lo conservassero, finirebbe per ingombrare la mente: comincerebbero a paragonare tra di loro i vari disegni che realizzano, per scoprire quale è venuto meglio, a sviluppare un mandala ideale, il più perfetto mai realizzato… aprendo, nel contempo, le porte all’ansia e all’insoddisfazione.

Possiamo definire paradossalmente questo processo come “distruzione della traccia” o “liberazione dai vincoli, dagli attaccamenti” o “stare nel tempo presente”, ciò che conta è arrivare a farne una regola quotidiana. Solo un cervello che lavora in questo modo sarà in grado di renderci felici, perché realizza ciò che abbiamo pensato e poi se ne libera per lasciare posto ad un altro pensiero, senza produrre ristagni di scorie. La condizione di infelicità è data dalla mente che si perde nei meandri dell’inutile e gira a vuoto su se stessa come un motore lasciato in folle. Noi siamo infelici perché non vogliamo accettare che la maggior parte delle cose che realizziamo è passata, come se fosse morta. E, quindi, anziché lasciarla andare per far spazio a qualcosa di stimolante, di nuovo facciamo di tutto per trattenerla, attivando una pericolosa spirale che ha come uno scopo quello di potenziare gli effetti a catena dell’infelicità. Il pensiero infatti blocca l’azione.

Supponiamo che una persona sia convinta che per sentirsi realizzata dovrebbe cambiare lavoro.

Molto spesso si sente dire:

“Sarò felice quando… quando avrò la macchina nuova, la casa più bella, la compagna o l’amante ideale, quando magari incontrerò chi mi capirà… e, ancora, quando avrò più soldi, quando piacerò di più ai miei amici, ai miei collaboratori, quando sarò dimagrito… quando, quando, quando…” ma quando?

Il cervello sa sempre come valorizzare la creatività, in fondo in fondo, basterebbe semplicemente seguire il suo suggerimento. Ma poi entra in campo la mente “Prima però devo ponderare attentamente se ne vale la pena” che intrappola il progetto nella sua intricata rete di razionalizzazioni… “Chi mi garantisce che dopo non sarà ancora peggio?”. Inevitabilmente le varie razionalizzazioni innescano il dubbio: “Se fallisco perderò la faccia, diventerò ridicolo”, tutto ciò determina profonda insicurezza e rende schiavi del giudizio altrui (consegniamo la nostra vita in mano agli altri). Con questo modo di operare scattano i falsi obiettivi: “Cambierò lavoro solo quando ne avrò trovato uno superiore alla mia posizione attuale”. In breve si è prigionieri di un obiettivo, quella che doveva essere una nuova possibilità di autorealizzazione viene tenuta in sospeso, messa in attesa di soddisfazione… “A dire il vero, ripensandoci chi me lo fa fare , dopo tutto come recita il proverbio (giustificazione) ‘Chi lascia la strada vecchia per la nuova…”… in fondo non sto poi così male”. La continua attesa ha reso l’idea ammuffita e il progetto creativo scaturito dal cervello è stato abbandonato. La struttura cerebrale è stata creata per trasformare immediatamente ogni impulso in una creazione, nella nascita di qualcosa di nuovo. Dubbi, incertezze, ambizioni, falsi bisogni, le certezze a cui ci si attacca non sono altro che la devastazione del cervello, scarti che devono essere eliminati perché ostacolano la creatività e impediscono la trasformazione, naturale, spontanea, immediata delle idee in azioni, provocando una profonda sensazione di infelicità. Siamo così legati alle scorie del cervello e facciamo di tutto per tenercele in testa, senza renderci conto, man mano che passa il tempo, che stiamo accuratamente conservando cianfrusaglie ed immondizia. Non a caso la saggezza popolare l’ha sempre saputo: ridere fa bene, anzi fa benissimo perché, come recita quel famoso proverbio popolare, “Il riso fa buon sangue”: la saggia intuizione dei proverbi sul riso ha ormai trovato ampie conferme scientifiche. Anche per vari orientamenti scientifici, poche manciate di minuti di risate equivalgono a sei ore di riposo profondo. Del resto la capacità di ridere appartiene esclusivamente all’uomo, proprio come la coscienza.

Il segreto della felicità

sta in piccole cose: nell’imparare a vivere nell’istante, nell’essere aperti alla vita, indipendenti dagli altri, ecc. La felicità si presenta soprattutto nell’azione, quando non lasciamo posto ai pensieri, alle rimuginazioni

Nessun altro essere vivente, pare, le possiede, il che dovrebbe indurci a riflettere sulle relazioni tra queste due facoltà. Il fatto è che l’effetto comico nasce da una incongruenza, da uno scarto rispetto alla consuetudine, alla normalità, al prevedibile. La risata che ne scaturisce si sviluppa quindi da una “rottura” del pensiero lineare, razionale, che improvvisamente perde consistenza davanti all’irruzione di un elemento imprevisto. In breve, possiamo dire che la risata cambia i piani di riferimento della realtà, facendo vedere la situazione da una prospettiva diversa. In altre parole, questo allarga la coscienza, cambia decisamente l’atteggiamento mentale. Il consueto schema mentale che attraverso la routine della vita, i traumi e i dispiaceri si è sviluppato, viene, a volte, completamente dissolto dal comico; infatti, attraverso la risata cambia veramente colore e dimensione. Alcuni studi neurofisiologici hanno messo in risalto che i muscoli coinvolti per assumere un’espressione triste e corrucciata, sono molto più numerosi di quelli necessari per farsi una bella risata spontanea. Per sua costituzione quindi, l’essere umano sarebbe più portato a ridere che a essere crucciato. Tutti noi, infatti, veniamo al mondo con una naturale tendenza all’allegria (alla larga di chi dice il contrario: che si è superficiali, non saggi, non attendibili, poco seri, ecc.), al gioco e, guarda caso, alla felicità: basta guardare un bambino piccolo per convincersene – tutto lo diverte, ogni cosa lo fa ridere e osservandolo si è irresistibilmente spinti a sorridere con lui (il riso inevitabilmente contagia). Tuttavia, più si diventa adulti, più questa naturale e spontanea inclinazione si offusca, per essere sostituita dall’ansia, dalla depressione e dalla paura… fino a rinchiudersi in una gabbia “dorata” di infelicità. Eppure basterebbe fare ricorso alla nostra proverbiale capacità unica di ridere per rompere le sbarre. Di recente una ricerca scientifica ha confermato che ridere fa bene a tutto l’organismo ma, soprattutto, al cuore. Anzi la risata è un vero e proprio farmaco: una somministrazione di una decina di minuti al giorno migliora la circolazione del sangue e previene la malattie cardiovascolari. E, guarda caso, senza nessun effetto collaterale! Inoltre una buona risata ristruttura l’intero organismo: oltre all’effetto rilassante generale, allarga il torace e il respiro, facilita la digestione e ha anche un importante effetto antidolorifico. In più – e qui giunge la spiegazione del meccanismo scientifico – ridere stimola il sistema neuroendocrino a rilasciare beta – endorfine, neurotrasmettitori che innalzano il tono dell’umore e del sistema immunitario. E’ ormai accertato, infatti, che molti problemi di salute sono collegati allo stress, alle emozioni negative, alla depressione, alla paura.

I “NO” che rendono infelici.

Non cercare di risolvere un problema a tutti i costi, quando la cosa che si persegue è piene di forzature eccessive ed assurde è importante fermarsi: magari la soluzione del problema è lì dietro l’angolo, stare dietro ad un’altra porta. Rimuginare continuamente sui rimpianti e rancori intasa completamente il cervello e priva della possibilità (non lasciando spazio a pensieri diversi e magari originali) di desiderare qualcosa di nuovo, ovvero di vivere il presente, l’attimo (carpe diem) e di essere felici. Se ci si fissa al passato e vincolati in maniera ossessiva alla propria storia non si riuscirà mai ad andare oltre. Ma il passato, come più volte detto, non esiste più, la storia appartiene a un tempo su cui non si ha assolutamente più potere (non esiste più, quindi non si può modificare… ci si può solo illudere che le cose siano andare in maniera diversa!). Quindi, perché continuare a pensarci… a torturarsi. Un’altra cosa fondamentale è non cercare l’apprezzamento altrui. Qualunque sia il giudizio formulato dagli altri, qualunque cosa possano dire, non conta assolutamente nulla. Il meccanismo che rende infelici, infatti, è come una spirale che si avvita su se stessa all’interno della persona. Nulla di ciò che accade fuori può cambiarlo. Se non ci si apprezza da soli, non sarà l’apprezzamento di un altro a far cambiare idea. Cercare l’apprezzamento altrui pertanto rende schiavi di lodi e conferme continue, senza le quali ci si sente falliti. E’ indispensabile, inoltre, non desiderare di essere qualcun altro. Prendere infatti per modello le persone che si considerano più brave o più belle vincola la felicità a qualcosa di impossibile e, soprattutto, inesistente.

I “SI” che rendono felici.

“Rinascere” ogni giorno concentrandosi sulle sensazioni dell’attimo è il segreto della felicità (concentrarsi sul tepore delle lenzuola, su un gesto, i profumi, l’aroma del caffé, ecc.). La felicità è lì, senza il ricordo di avvenimenti e immagini del passato che il filtro della memoria ha deformato. E’ importante anche tradurre rapidamente ogni idea in azione, per impedire che il pensiero si ripieghi su se stesso e si fossilizzi. Non imporsi inoltre una scelta a tutti i costi, ma lasciare che coesistano sempre due stati opposti (due modi di pensare), solo in questo modo è possibile scoprire che accadano cose non previste, presentarsi opportunità che non si conoscevano.

Cosa dice la filosofia. Nel linguaggio comune presso gli antichi greci e latini, si distingueva la felicità come condizione di chi è fortunato e abbonda di beni esteriori, dalla felicità interiore come stato d’animo di chi è intimamente beato. I sofisti (movimento filosofico greco caratterizzato da una concezione pragmatica del sapere, da un atteggiamento critico verso i valori tradizionali) fecero consistere la seconda nella prima, mentre per Socrate la felicità interiore deve essere congiunta alla rettitudine e alla virtù. Per Aristotele la felicità consiste nell’azione compiuta secondo i dettami della ragione che determina il giusto mezzo: siccome quest’ultimo coincide con la virtù, la felicità anche per Aristotele è fondata sulla vita virtuosa. Per i cirenaici (scuola filosofica di ispirazione socratica) la felicità consiste nel piacere; in seguito, per i filosofi ellenistici e romani la felicità viene a identificarsi con la serenità d’animo, l’imperturbabilità: ma, mentre per i cinici e per gli stoici l’imperturbabilità si ottiene distruggendo nell’animo il desiderio dei beni esteriori e dedicandosi soltanto alla vita virtuosa, gli epicurei ammettono che si può godere dei beni materiali e dei piaceri corporei, purché l’uomo non si renda schiavo. Nella filosofia moderna invece la felicità ritorna con il significato di ricerca del benessere sociale.

Bonipozzi dott. Claudio Tel 0532.329012 – E mail: bonipozzi@libero.it

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